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30 aprile 2012

Storia di un processo inquisitorio

La storia di una strega ed il suo processo

 

Elmi's World editore


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27 aprile 2012

Booktrailer Gostanza da Libbiano

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27 aprile 2012

Gostanza da Libbiano .Intervista con l'autore

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18 aprile 2012

Il "Dizionario biografico degli anarchici italiani" (a cura di Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso,,

il Quotidiano

Giovedì 8 aprile 2004 pag. 43

 

 

Pubblicato il dizionario degli anarchici: i nessi con il movimento operaio

 

Dall'anarchia al socialismo

Riscoperta una figura dimenticata: Salvatore Cortese da Lungro

 

di Michelangelo CIMINO

 DAL DIZIONARIO         ALTRI SCRITTI

 

IL PICCOLO rovello storiografico che per decenni ha impegnato le menti degli storici dell'anarchia sembra aver trovato una parziale risoluzione. Il "Dizionario biografico degli anarchici italiani" (a cura di Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso,, VoI. I, A-G, 16 Tavv., pp. 816, Biblioteca "Franco Serrantini", Pisa 2004, euro 80,00), è uno strumento attraverso cui diventa agevole trovare il giusto equilibrio storiografico tra appartenenza del movimento anarchico al movimento operaio e "orgogliosa rivendicazione di identità specifica". "Il lavoro -ha affermato Simona Colarizi, storico contemporaneista all'Università di Roma -fa ritrovare i nessi perduti o rimossi [con il movimento operaio, nda]". Ma "scavare nella vita di militanti di base e di dirigenti riporta il movimento anarchico alla sua vera essenza". Vale a dire di movimento "fatto di persone".

Non è un caso infatti che la scelta di dichiararsi anarchici è una scelta di tipo "esistenziale" e non "generazionale". Come non è per nulla casuale che il Dizionario si fermi al 1968: quasi a voler rimarcare una cesura fra anarchismo storico e movimenti generazionali di protesta, la cui esplosione -come è noto -risale al decennio 1968-'77. Anche se la parabola politica e umana di alcuni appartenenti a quei movimenti (pensiamo, ad esempio, a quella del comunista libertario Creste Scalzone) potrebbe rendere meno evidente l'asserzione di Giampietro "Nico" Berti - una vera e riconosciuta autorità.nel campo degli studi sull'anarchia e l'anarchismo -, secondo il quale fra un anarchico alla Armando Borghi e un anarchico dei giorni nostri "c'è una differenza antropologica abissale". Sia come sia, è però indiscutibile che mentre "i partiti si possono studiare attraverso le strutture che trascendono le persone, i movimenti anarchici devono essere studiati attraverso le persone".

La storia del movimento anarchico, dunque, è intrecciato a quella di esistenze grandi e umili, fulgide e oscure. Senza il lavorio della formichina Salvatore Cortese da Lungro , al quale il Dizionario ha dedicato una nutrita scheda biografica, le battaglie dei Camillo Berneri, dei Carlo Cafiero, degli Andrea Costa, degli Errico Malatesta sarebbero penetrate con meno velocità fra le masse operaie. Quelle bracciantili -a detta di Maurizio Antonioli, storico dell'Università di Milano -vennero raggiunte con più difficoltà dalla diffusione dell'ideale anarchico. E divennero invece terreno di propaganda della fede socialista.

Ma tutte queste esistenze risultano egualmente importanti per ricostruire la trama storica di un movimento fortemente ancorato alle proprie radici. Un elemento che è al contempo sintomo di forza e di debolezza perché se da un lato il richiamo al proprio passato ha assicurato ad esso una lunghissima esistenza; dall'altro ne ha come bloccato l'elaborazione ideologica al suo periodo di maggior fulgore (1860-1892). Il limite del pensiero anarchico, insomma, consiste nel non aver fatto fino in fondo "i conti con la democrazia" (Simona. Colarizi). In una società di massa, governata da una classe politica e dirigente diffusa e democraticamente eletta, la pratica anarchica per eccellenza perde di senso: poiché –ha sottolineato sempre la Colarizi -"eliminare il tiranno non significa [più]eliminare [tout court] il potere", liberticida e affamatore.

Dopo il 1892, anno di fondazione del Partito socialista dei lavoratori italiani, "la storia del movimento anarchico -ha affermato lo storico contemporaneista Giovanni Sabbatucci -diventa la storia del partito socialista e delle sue eresie". Gli anarchici, cioè, non scompaiono dalla scena politica, ma "perdono la scommessa dell'organizzazione" e finiscono per diventare uno spezzone eterodosso del Partito socialista di Filippo Turati. E' in seguito a questa sconfitta sul piano dell'organizzazione, e alla forte repressione di cui saranno fatti oggetto, che essi, negli anni successivi, andranno ad ingrossare le fila di altre organizzazioni politiche. Ma sarà il biennio immediatamente successivo alla Rivoluzione del '17 che vedrà gli anarchici sottoposti ai colpi di una vera e propria mattanza, fisica e politica. " In Russia -ha detto Nico Berti, storico contemporaneista all'Università di Padova -sono stati sterminati; negli stati liberali sono stati perseguitati e messi da parte. Dopo il '17, il destino degli anarchici è stato un destino di solitudine: perché non stavano ne con i rossi [i comunisti], ne con i neri [i fascisti]".

Infatti, con l'avvento del regime fascista, la situazione degli anarchici italiani peggiorerà non poco. La loro presenza nei luoghi di detenzione sarà "fortemente sovrarappresentata" (Sabbatucci). Mentre nel periodo resistenziale, essi si appoggeranno a gruppi e groppuscoli, i cui membri abbracceranno il fucile per salire in montagna o trameranno nel chiuso degli appartamenti cittadini. La storia della presenza anarchica in Bandiera. rossa o in Giustizia e libertà è una storia ancora tutta da scrivere.

 

Parla il figlio

di Salvatore Cortese

«Mio padre un non violento»

 

DOMENICO CORTESE, 53 anni, insegnante elementare a Lungro, è nato sei mesi prima che suo padre Salvatore morisse.E' dunque probabile che il non aver conosciuto il genitore, sia stata la molla che ha fatto scattare in lui un bisogno di memoria, coltivato in maniera tenace e caparbia. Le ricerche che egli porta avanti sulla storia della propria famiglia e sulla comunità arbreshe di Lungro, in epoca fascista, si possono leggere sul sito che da anni cura personalmente (www.ungra.it).

 

Quando e perché Salvatore Cortese scelse di aderire al movimento anarchico?

 

"Non saprei con esattezza -risponde -anche perché il passaggio è avvenuto in Argentina, dove egli emigrò nel1924. In un periodo centrale per la comunità lungrese in Argentma, che è stato ricostruito da Roberta Vicchio nella sua tesi di laurea ["L'emigrazione transoceanica calabrese e i lungresi in Argentina", nda]. So però che lui è partito da iscritto al Partito comunista d'Italia".

E non conosce qual è stata la ragione che lo portò ad abbandonare il PcdI?

"Credo che la scelta venne fatta quando in Russia ci fu il passaggio dal periodo post-rivoluzionario alla dittatura di Stalin. Quello che lui critica è l'autoritarismo di cui Stalin è portatore. In un articolo, intitolato Anarchismo e violenza, e pubblicato sul numero 18 della rivista "Studi sociali", che nel 1932 usciva a Montevideo (Uruguay), egli scriveva: "La rivoluzione russa che nel '17 e per un paio d'anni appresso fu il faro luminoso e la stella polare del proletariato internazionale, [. ..] una volta caduta nelle mani del partito bolscevico venne costretta nel letto di procuste del programma del partito, degli interessi del partito, della politica del partito; ed il partito e per esso i suoi capi ne divennero i padroni assoluti, l'autorità suprema".

Se non capiamo male, la sua fu una scelta anti-violenta e anti-autoritaria, dettata dal rifiuto dell'involuzione della Rivoluzione bolscevica.

"Mio padre infatti era per l'associazionismo: si dichiarava un seguace di Peter Kropotkin, il quale sosteneva che il comunismo poteva svilupparsi attraverso la nascita di società di mutuo soccorso. Nello stesso articolo affermava ancora: "Da un punto di vista naturale la violenza fra uomini è un'aberrazione e una degenerazione. Come dal punto di vista sociale la lotta per l'esistenza fra individui della stessa specie è[...] destinata ad essere sostituita dalla cooperazione e dall'aiuto reciproci". E allora io mi domando: un uomo che scriveva queste cose, poteva essere considerato un sodale di Severino Di Giovanni [un anarchico italiano accusato di essere l'autore divari attentati in Argentina, nda]?"


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9 aprile 2012

IL DESTINO DI UN POPOLO DIPENDE DA COSA MANGIA

 

 

La vita media è aumentata?
Tratto da http://www.luigiboschi.it/ - Franco Libero Manco

Nella rima metà del 900 l’età media della donna era di 43 anni, quella dell’uomo di 42 circa. Oggi, nel 2012, la vita media, sia della donna che dell’uomo, si può dire sia raddoppiata.

Ma l’EUROSTAT e la CIA, sostengono che negli ultimi quattro anni la nostra aspettativa di vita va accorciandosi.
Nei secoli passati un bambino su tre moriva prima di un anno di vita. Alla fine dell’800 in Italia il 38% circa dei bambini moriva prima dei 5 anni, dal 1950 in poi la mortalità scende progressivamente dal 10% al 3 per mille attuali.
Uno dei punti fermi a sostegno dei vantaggi e dei benefici della medicina convenzionale, a cui fa riferimento molta gente, è che nonostante i danni collaterali delle medicine di sintesi, nonostante gli alimenti, l’aria, l’acqua siano inquinati, la vita media è aumentata, e naturalmente i meriti vengono attribuiti alla medicina che con i suoi farmaci ha contribuito a questo traguardo.
In realtà nel fare il confronto dei dati tra la vita media attuale quella dei secoli passati si esclude l’altissima mortalità infantile, la morte per parto, le guerre, l’estrema fatica cui era sottoposta la gente, la poca igiene e la scarsa alimentazione: se nel paragone si escludessero questi fattori si capirebbe che se le generazioni passate avessero avuto gli agi ed il benessere delle generazioni attuali, cioè cibo in abbondanza, sei ore di lavoro giornaliero, igiene, assenza di mortalità per guerre, assenza quasi del tutto di mortalità per parto e di mortalità infantile ecc. la loro vita media sarebbe stata sicuramente più lunga della nostra.

Sino a pochi decenni fa i pochi che sopravvivevano alle dure condizioni di vita erano di gran lunga più forti e robusti degli anziani contemporanei. I nostri nonni lavoravano i campi fino a tarda età per 10-12 ore al giorno, e chi sa cosa significa zappare la terra può rendersi conto della forza e dell’energia necessaria. Qualunque palestrato oggi credo non sarebbe in grado di zappare o spaccare la legna solo per un’ora. Gente che durante la giornata lavorativa mangiava pane, olive e fichi secchi e la sera a cena, quelli più fortunati, legumi e verdure di campo.
A 70 anni erano curvi e scarniti ma duri come l’acciaio. In sostanza è vero che attualmente la vita degli individui è aumentata rispetto soltanto a 50 anni fa, ma è aumentata la lunghezza della vecchiaia non la salute delle persone che passano gli ultimi venti anni della loro vita tra terapie e analisi di ogni genere facendo la spola tra un ospedale ed una clinica. La medicina attuale, (improntata a intervenire sugli effetti non ad eliminare le cause) conosce tutto della malattia ma poco o niente della salute; è in grado di tenere in vita anche i moribondi perché il suo scopo non è tanto guarire la persona ma curarla, il ché non è la stessa cosa.


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5 aprile 2012

Intervista ad Angelo Merante :cos'è l'inismo,arte e forma dal segno alla parola


 

L’Inismo: idee e forme nuove dal segno alla parola

L’evoluzione della poesia, nell’arco di tempo compreso fra la seconda metà dell’Ottocento e oggi, è riassumibile in una sequenza di frantumazioni, dirette a nuclei compositivi via via più piccoli e densi: aneddoto, frammento, verso, parola, lettera, fonema. In un passato ancora recente, con il contributo decisivo delle avanguardie, le lettere e i fonemi tratti dalla scissione delle parole sono stati la base per un rinnovamento della poesia (anche nel senso di averla avvicinata a una fusione tra i “generi”: grafico, visivo, sonoro, materico e altro). Tuttavia, è da rilevare che le poetiche centrate su lettere e fonemi trovarono il proprio limite nei loro stessi elementi costitutivi, nella totale identificazione con essi.

L’Inismo (da INI: Internazionale Novatrice Infinitesimale) ha mirato al superamento di tale limite, dimostrando che dalla scissione delle parole emergono anche i segni (nel senso più ampio, sia materiale: grafie, colori, fonemi, suoni, immagini, forme, sia immateriale: idee, sensazioni, sentimenti). Non contaminati dall’uso convenzionale, i segni possiedono valenze poetiche nuove e dalla loro combinazione – libera e articolata su piani diversi e simultanei – è scaturita una poetica di non facile delimitazione. Gabriele-Aldo Bertozzi, fondatore dell’Inismo, la delinea lucidamente. L’Inismo, corrente creatrice costituitasi a Parigi e Roma nel gennaio del 1980 e rapidamente diffusasi in Europa e nelle Americhe, ha accolto, dall’origine, la definizione di avanguardia. Il progetto poetico inista, unitario e insieme aperto verso ogni ambito espressivo (simultaneamente, di qua e di là dalla parola), mira a una comunicazione estetica che dai segni estrae e ricompone “parole” grafiche, cromatiche, musicali, architettoniche e altre, inedite o dai sensi inediti. Gli inisti hanno captato, ridefinito e allargato implicazioni e conseguenze dei rapporti fra novazione poetica, coscienza e conoscenza, evidenziando di pari passo le principali ripercussioni del processo creativo sul piano etico. Dalla scissione della parola, all’espansione-espressione del segno (elemento puro, quintessenziale, infinitesimale appunto) in nuove parole, il tragitto creativo inista si esplica nell’unire emozione e inventiva, vissuto e anticipazione, per trasmutare la visione in visionarietà, la percezione in sensibilità, l’immaginario in pathos dell’inimmaginabile. Partita dall’estetica, la rivoluzione inista si impregna di valori etici: l’arte del fare si fonde con l’arte di essere.

Le opere iniste di Angelo Merante

Intervista a cura di Francesca Ancona

1) Allora se ho ben capito l’Inismo, che possiamo definire nuova corrente, abbraccia più rami artistici, poesia, musica, pittura, fotografia e tanto altro… giusto?

L’opera creativa, intesa quale “elemento che produce significati”, è (fin dall’inizio) il bersaglio dell’inista: trovare e vivere pienamente il nuovo sentire per giungere – nell’operatività – a un nuovo fare. La capacità di essere nuovo – ciò vale per l’apporto di una corrente, così come per quello di un singolo autore – risiede nella capacità di comprendere l’oggi e, soprattutto, avere coscienza delle trasformazioni in atto nella società. Occorre vivere tali trasformazioni, operando, con il proprio contributo creativo, per accelerare i processi evolutivi in atto. La “N” dell’acronimo I.N.I. (o più semplicemente INI), dal quale deriva appunto Inismo (INI + “ismo”), sta per Novatrice, forma equivalente a “innovatrice” e di immediata comprensione anche in francese (è identica) e in inglese (novator). Il richiamo al nuovo (nel sentire e nel fare) è perciò intenzionale.

Ciò premesso, per entrare nello specifico, siamo convinti che le opere creative e novatrici (dunque, non soltanto le nostre) non siano delimitate da un solo piano di lettura. È un processo che va oltre l’arte e la poetica ma del quale l’arte e la poetica sono parte integrante e preminente, se si intendono arte e poetica nel senso più ampio. Dagli anni ’80 a oggi, molte trasformazioni si sono realizzate nelle società. Non si tratta soltanto di “sentire” l’essenza multimediale nel vivere odierno. È nuova la sovrapposizione dei piani espressivi (ciò traduce la somma di tanti sentire in un unico segno, vale a dire un significante, e questo, a sua volta, è capace di generare molteplici significati in simultaneità) fenomeno quanto mai diffuso oggi che di fatto amplifica la portata rivoluzionaria della poetica, qualora se ne abbiano coscienza e consapevolezza.

La poetica, oggi, dovrebbe essere intesa sempre nel suo significato più ampio, includendo – addirittura, oltrepassando – tutti i vecchi settori operativi (poesia, musica, pittura, romanzo, teatro, fotografia, architettura, cinema, moda e altri) in un’espressione creativa unitaria e totale. Le opere degli inisti sono il paradigma di un apporto cosciente, meditato e costante in tale direzione. Non importa essere i primi (è più importante, infatti, avere la coscienza di esserlo) e, forse, neppure conta essere i migliori (è importante, invece, agire per essere coerenti con il proprio sentire il tempo e le sue coordinate). Essere all’avanguardia si realizza nella sistematicità nell’azione e nella lucidità operativa nel progetto. Nell’idea inista: il fare di oggi modella il sentire di domani. Ecco perché, in avanguardia, «il creatore – oggi – è colui che prepara il poeta di domani».

L’opera, secondo noi, è creazione, non riproduzione (non ci stanchiamo di ripetere che non abbiamo mai preteso di essere né i primi né gli unici, solo rivendichiamo la sistematicità di un’azione nuova e novatrice, anche politica e sociale, oltre che creativa, emotiva, etica e poetica, che continua – senza ripetersi, per quanto ne siamo capaci – da più di trent’anni).

2) Questo movimento artistico, fondato nel 1980 da Gabriele-Aldo Bertozzi, nasce proprio in un momento di crisi per l’arte italiana e non, voi vi sentite innovatori e esclusi da tale crisi. Perché allora l’Inismo non ha ancora assunto la popolarità di altri movimenti precedenti, come la Pop Art, l’Impressionismo, il Cubismo ecc.?

Il segno della poesia si è fatto realtà. S’integra continuamente nella realtà, assumendone la sostanza. Ci sono inisti che indossano le loro scritture e parole e inisti che le fanno rilegare come architetture in marmo e seta per poterle collocare in bella mostra nella propria libreria. Lo abbiamo sempre fatto. Continueremo (semmai, in modo più esteso) a farlo. Solo per comodità, a volte, le esponiamo come quadri. Continueremo (semmai, in modo più esteso) a farlo. È una visione nuova a cui corrisponde un nuovo agire. Il nuovo (benché immerso nella vita e nel vivere) è sempre stato e, probabilmente, sempre sarà avvertito dalle masse con sospetto. L’uomo per sua natura ha timore di ciò che non conosce e occorre un tempo mai breve per cominciare ad assorbirlo e comprenderlo (ammesso che sia valido e in grado di veicolare e diffondere valori universali). Quando ero bambino, nei primi anni ’60, ricordo bene la polemica fra chi sosteneva la pittura di Picasso e chi – principalmente, perché non riusciva a capirla – la contrastava, etichettandola nei modi meno  consoni al valore che oggi è condiviso e comincia a radicarsi nel sentire comune. Altrettanto era accaduto per la pittura di Caravaggio e per quella degli Impressionisti. Per van Gogh, anche.

Un periodo – per così dire – di stagionatura e sedimentazione è stato necessario per il Futurismo e per Dada. Per l’avanguardia surrealista e per la Pop Art. Se per il Futurismo sono stati necessari quasi cento anni, per la Pop Art ne sono occorsi indubbiamente meno. Gli storici dell’arte possono spiegarlo agevolmente e non ci dilunghiamo su questi aspetti. Ciò che conta è il “meccanismo” alla base del fenomeno, vale a dire il “tempo di reazione” della società.

3) Mi pare di capire che questo movimento non è solo un comune movimento artistico, bensì proprio una filosofia, uno stile di vita, qual è il pensiero inista?

Quello che hai appena osservato: una filosofia, uno stile di vita una proiezione etica di un sentire e di un’arte del fare (libera e proiettata in avanti)… sono certo che – già nel rispondere alle domande precedenti – il pensiero inista sia già emerso e sono altrettanto convinto che le domande – assai pertinenti e meditate che mi stai ponendo – offriranno altri spunti per definire ancora meglio il pensiero inista.

Di per sé, è assai difficile definire in modo sintetico un processo in continua espansione e INInterrotta trasformazione. È molto più agevole – credo – trasmettere tale sentire attraverso il flusso delle risposte.

4) Se un qualsiasi artista volesse abbracciare la filosofia inista cosa dovrebbe fare? Come si entra, come si inizia? Ci vogliono dei requisiti speciali?

Inisti si nasce o si diventa? Sono possibili molte traiettorie. Occorre tuttavia distinguere fra autori che producono opere iniste (alcuni le realizzano senza neppure chiamarle iniste e spesso senza neppure aver letto alcunché dell’Inismo) e gli autori che hanno scelto una militanza inista che si manifesta non soltanto attraverso le opere ma appunto nel vivere e sentire lo spirito nuovo che anima la vita creativa, operando attivamente per accelerare le trasformazioni in atto nella società. Si tratta, in questo secondo caso, di autori che militano anche a livello teorico e divulgativo, scientifico e comunicativo. Senza ovviamente trascurare l’aspetto creativo.

Nel primo caso, non occorrono ammissioni in un circolo o in un gruppo, non occorre firmare alcun documento. Le opere parlano da sole e comunicano un essere inista che accomuna molti autori. Nel secondo caso, ovviamente, occorre prima di tutto avere coscienza di tutti gli aspetti della presenza attiva con il contributo – come premesso – di un’azione inista teorica che è politica, sociale, creativa, emotiva, etica e poetica.

5) Con l’Inismo, l’arte non è più esperienza individuale ma sociale, di unione. Cambia tutta la prospettiva, “il mio” non esiste più. Non c’è il rischio di una certa spersonalizzazione dell’arte e dell’essere?

Si tratta a mio avviso di un aspetto parziale. Le opere restano sempre e comunque il “riflesso” di ciascun singolo autore. È solo il sentire (e vivere) le coordinate operative – libere ed estese – che accomuna gli inisti. Diverso è invece il ruolo nei documenti collettivi, primi fra tutti i manifesti, in cui si mira a diffondere il risultato di tale visione, generale o particolare. Diverso è anche l’agire creativo in “opere INI-interattive”, nate – ma in questo caso l’azione è simbolica e soprattutto etica e politica – dalla cooperazione, simultanea o quasi, fra più autori, magari distanti geograficamente e culturalmente. Grazie alla telematica, alle reti di comunicazione, è assai facile operativamente iniziare un’opera, affidarne la prosecuzione a un altro autore, per esempio attivo dall’altra parte dell’oceano atlantico, e trasmettere il risultato a un asiatico che – a sua volta – lo completa o lo ritrasmette al primo autore della serie che lo rielabora… il processo può essere infinito e può essere realizzato in poche ore o nell’arco di mesi, ovvero ripreso e proseguito – senza limiti di sorta – a distanza di tempo da altri autori che vogliono unirsi in questa particolare forma poetica, che a ben vedere, è una nuova forma di “fare poesia” e che non sostituisce le forme personali ma le affianca e le completa con una visione unitaria e multiculturale. Un altro riflesso del sentire odierno.

6) Un’opera inista come nasce? Qual è lo schema operativo? Si comincia da una bozza e poi? Il lavoro è manuale o virtuale?

L’inista espone, in teatro, come quadri, composizioni poetiche fatte di oggetti, ovvero realizza poesie nelle quali i colori sono elementi primari accanto ad altri elementi, per esempio quelli architettonici. Altre composizioni sono state incise per comodità su dischi e nastri (in origine) prima ancora che su cd e dvd (e sui supporti che verranno).

L’arte del fare inista abbraccia tutti i generi e, nello stesso tempo, persegue il cosciente e completo superamento dei generi. Essa attua sistematicamente l’unitarietà dell’espressione poetica. L’inista dipinge sulla tela i suoni che oltrepassano la vocalità umana. L’inista scolpisce (col pennino o col pennello, a volte perfino con lo scalpello) i colori della sua poesia. Poco importa se la tela è una fotografia o un abito: le scritture entrano a far parte della natura e si accostano agli altri elementi prodotti dall’ingegno. In un ambito tanto ampio e libero gli schemi e le procedure sono davvero molteplici e in continua trasformazione. Il fare della mano si affianca a quello del mouse o all’occhio di una videocamera o al microfono e via dicendo.

7) Angelo, questo Inismo esprime un concetto davvero molto ampio, è una vera e propria rivoluzione. Pensi possa rappresentare il concetto del futuro?

Le coordinate creative dell’opera (il nuovo fare che riflette il novo sentire) conducono alla simultaneità percettiva di chi si è emancipato. Ho intenzionalmente risposto “opera” e non “opera inista”. Gli inisti (e non solo agli inisti, ovviamente, ma chiunque ne abbia coscienza) possiedono oggi un’inedita libertà nella fruizione. Il nuovo fare crea – a sua volta – un nuovo sentire nell’esperienza percettiva di chi si è emancipato. Dalla deduzione all’induzione, lo pone in situazione per sviluppare, nella sua vita, il suo nuovo fare. Nell’idea inista: il fare di oggi modella il sentire di domani. Ecco perché «il creatore di oggi è colui che prepara il poeta di domani».

La rivoluzione – espressa in questi termini – è già in atto. L’Inismo, dunque, non si prefigge di esserne l’unica espressione ma cerca – con rigore e liberta, con studio e passione – di sostenere e diffondere tale processo (prima di tutto, culturale) con tutti i mezzi a sua disposizione. Non siamo gli unici né i primi. Siamo tuttavia quelli che lo hanno fatto in modo sistematico e cosciente per una trentina d’anni e intendiamo proseguire a farlo.

8) Credo di aver capito che voi inisti mettiate sullo stesso piano poesia e scienza, due materie completamente opposte, la prima l’astrazione, la seconda la razionalità, come legate la cosa?

Hai perfettamente colto lo spirito che – nella nostra visione, nel nostro sentire – accomuna, senza pregiudizi e limitazioni, scienza e poesia. Passione, emotività, ricerca, operatività, incanto, meraviglia, intelletto, studio e riflessione concorrono a un sentire almeno altrettanto multimediale di quanto lo siano – nelle nostre intenzioni (e in quelle di tutti gli autori che hanno piena coscienza del nostro tempo) – le opere che realizziamo. E che costituiscono – prese tutte insieme – la “traduzione” di un sentire ampio e articolato in opere accomunate non tanto dalle tecniche multimediali ma dalla “coscienza multimediale”.

9) Cos’è il nuovo per te? E abbiamo così tanta necessità di nuovo?

Oggi si sono allargati i confini della realtà. La poesia possiede una forza inedita che risiede nel suo quasi illimitato numero di possibilità: se sarà opera di un creatore, allora offrirà l’astratto dove si richiede l’astratto; l’immaginario dove si richiede l’immaginario e così via, di sinfonia in sinfonia, di visione multipla in visione multipla e, plausibilmente, universale (quanto lo è il comunicare libero ed esteso oggi consentito dalle reti informatiche se le si usa in modo cosciente e consapevole).

10) Parlami del nuovo libro, un libro di una sola pagina (immaginato, grosso modo, della grandezza di un comune foglio A4 o inferiore per le edizioni tascabili) e comandi tecnologici per visionarlo e non solo, per sentirlo, quando potremo avere un libro così? Il progetto va avanti?

Quel libro esiste già… ce l’abbiamo sotto gli occhi o lo possiamo osservare nelle vetrine dei negozi. Il poeta (inista, in questo caso) l’aveva descritto molti anni prima che gli ingegneri lo realizzassero (nel 1987, infatti, lo abbiamo “raccontato”, quale opera già allora realizzabile, nel nostro secondo manifesto) e i vari tablet e palmari – oggi assai diffusi – ne sono un possibile esempio di applicazione pratica. In molti ritengono che saranno strumenti di questo tipo a sostituire presto i personal computer. È altrettanto ovvio che l’essenza di poesia dipende e dipenderà dal software impiegato… se il software verrà immaginato e realizzato da un poeta sarà un romanzo o un sonetto multimediale, una poesia che si estenderà non solo su diversi piani espressivi ma investirà innumerevoli sfere emotive, sensitive, creative. Anche sul display o, meglio ancora, su un touch-screen.

11) Dunque voi inisti rinnegate l’opera del passato?

Tutt’altro. L’opera creativa è sempre esistita, in ogni epoca. Ogni periodo storico ha avuto poeti e artisti novatori. Noi inisti amiamo e difendiamo (e non di rado ne abbiamo scritto in saggi e documenti) il “ruolo oscuro” di tanti autori che – prima di noi – hanno operato guardando avanti. Gli inisti non amano la ripetizione, l’imitazione, l’uso di luoghi comuni, l’accademismo e tutto ciò che allontana l’uomo dall’esercizio libero e consapevole delle sue capacità inventive e creative. Anche questi caratteri negativi sono stati e continueranno a essere in ogni epoca. Perciò li contestiamo – motivando – e li contesteremo – continuando a motivare – con tutte le nostre forze. Perciò proponiamo e continueremo a farlo una via libera e creativa. Novatrice, appunto.

12) Vostra citazione “Prima l’opera d’arte era sintesi ed esposizione, ora è pure analisi e scoperta”, però dico io non dimentichiamo Leonardo da Vinci, anche lui ha legato l’arte all’analisi e alla scoperta scientifica o non?

Neppure noi abbiamo dimenticato Leonardo, infatti… proprio in seguito al continuo studio, all’analisi e alle ricerche sviluppate con ottica comparatistica, si amplifica quel “grado di sentire” che abbraccia tutto. E abbraccia tutto in un’opera che sempre più difficilmente resta “confinata nel suo genere” (un quadro inista non sarà mai soltanto un quadro, così come, in una poesia inista, una nota fa rima con un disegno o una luce o un capitello).

Il genio di Leonardo è universalmente riconosciuto – oggi – per aver saputo sentire e guardare “oltre”. Non dimentichiamo, però che nel suo tempo (e per diversi anni successivi alla sua opera) le sue ricerche e i suoi studi non sono stati compresi. La sua stessa incolumità è stata messa a rischio dall’amore per la conoscenza e dal timore che si ponessero contro il sentire (religioso, ma non soltanto) della sua epoca. Che cosa sarebbe accaduto se fosse vissuto pochi anni dopo, se fosse stato – poniamo – un contemporaneo di Giordano Bruno o Tommaso Campanella? Non possiamo trascurare che i suoi studi sono stati ritenuti, per diversi anni, pericolosi e immorali, intrisi di occultismo e di pratiche magiche. Solo l’indiscussa abilità pittorica è stata compresa più rapidamente. E, in parte, alcune realizzazioni ingegneristiche e militari (poiché i potenti dell’epoca erano quanto mai interessati ai possibili vantaggi pratici delle sue competenze).

La frase oggetto della domanda è appunto rivolta (con l’enfasi tipica dei manifesti) a quanti sono ancora convinti della validità dei primi due elementi. E trascurano gli altri due, almeno altrettanto necessari per la genesi di un’opera creativa. Semplicemente, miriamo a diffondere nel modo più ampio la consapevolezza che si tratti di quattro processi simultanei e necessari.

13) Concludendo, qual è il vostro obiettivo?

L’operare inista compie la sua sintesi dinamica nel solco di una rivoluzione ragionata che parte dal fonema (in quest’ottica, appare quasi superfluo ribadire l’uso non occasionale dei sim­boli della fonetica interna­zionale nella scrittura poetica) e si proietta oltre la parola (di per sé intesa, come premesso, nel senso più ampio) verso i territori sterminati di piani sovrapposti di creatività assoluta (piani sfere creative emotive…).

Ne conseguì, fra l’altro, una sicura conferma che in ogni uomo esista un poeta da scoprire. Per trovarlo, occorre dunque cercare il modo migliore per renderlo consapevole (o più consapevole) dell’esistenza di tante potenzialità ancora inespresse, inutilizzate o, peggio, male impiegate.

L’esercizio costante di quella preziosa risorsa che è la creatività pretende da ognuno il meglio delle proprie capacità. Lo scoglio più difficile da superare è spesso loca­lizzabile nel passaggio da un’idea nuova alla sua attuazione, vale a dire l’azione cosciente e coerente che – in assoluta libertà – dovrebbe conseguirne. È necessario, allora, trovare il gesto creativo da contrapporre – caso per caso, colpo su colpo – all’eccessiva invadenza di stereotipi e omologazioni.

Se il nostro operare, congiunto a quello di tanti altri autori liberi che vivono con altrettanta coscienza il nostro tempo, riuscirà a rendere gli uomini più liberi e consapevoli, attuando nel vivere e nell’agire la valenza etica dell’arte e della creatività, un giorno saremo ricordati per aver contribuito a un processo comunque in atto ma – auspichiamo – ci verrà riconosciuto il merito di averlo favorito e accelerato.

Ancora opere iniste di Angelo Merante

Angelo Merante

Artista, poeta e scrittore, opera da oltre trent’anni con diversi mezzi espressivi, da quelli convenzionali (pittura, grafica, fotografia) a quelli di più recente introduzione (computer grafica, sintesi sonora e ibridazioni fra tecniche differenti).

È uno dei primi e maggiori esponenti all’Inismo (da INI, acronimo di Internazionale Novatrice Infinitesimale), corrente creatrice internazionale fondata a Parigi da Gabriele-Aldo Bertozzi nel gennaio 1980 e rapidamente diffusasi in Europa e nelle Americhe. Dopo aver contribuito alla diffusione, in Francia e Italia, del primo manifesto dell’Inismo (settembre 1980), ha partecipato a quasi tutte le attività dell’avanguardia inista, impegnandosi in tutti gli ambiti (creativo, teorico e militante) attraverso saggi, conferenze e dibattiti in Italia e all’estero. È stato sempre in prima fila nella stesura, presentazione e diffusione di testi ufficiali (manifesti e documenti). Ha esposto in Italia (Roma, Firenze, Venezia, Bologna, Napoli, Genova, L’Aquila, Cagliari, Pescara, Bari, Chieti e altre) e all’estero (Francia, Spagna, Stati Uniti, Finlandia, Argentina). Fra tutte, si ricorda che le sue opere iniste figuravano nelle principali collettive proposte dall’avanguardia parigina, in particolare negli anni ‘80. Inoltre, nel gennaio del 1985, curò e diresse la prima esposizione interamente inista in Francia, presso l’Università di Poitiers. Degna di nota è stata la sua partecipazione a importanti rassegne internazionali sull’avanguardia svoltesi presso il Grand Palais di Parigi (Signes-Écritures dans l’art actuel, 1985, e Salon Comparaisons, 1988). Frutto della sua incessante attività di promozione e diffusione culturale furono anche le due grandi esposizioni multimediali dedicate all’Inismo internazionale svoltesi presso il Museo Statale d’Arte di Kemi (Lapponia finlandese, 1994 e 2000) per le quali curò l’allestimento e coordinò la partecipazione di inisti operanti in Europa e nelle Americhe. Si ricordano, ancora, i numerosi interventi poetici e teorici di Merante in Spagna, specialmente negli anni ‘80 e ‘90, con varie pubblicazioni d’avanguardia e la partecipazione alle trasmissioni radiofoniche di Ars sonora, una sorta di festival della poesia fonetica e sonora (Radio Nacional de España, F.I.R.A., edizioni del 1990 e 1991). Sue opere fanno parte di prestigiose collezioni francesi, statunitensi e italiane. Merante è stato l’ideatore (1985) e fra i principali teorici dell’Inika Sonorika (espressione inista che mette in risalto le potenzialità poetiche e musicali inedite delle parole). Ha pubblicato numerosi saggi sull’argomento e un esteso resoconto dell’Inika Sonorika (documenti, testi teorici, partiture e frammenti sonori) è contenuto nel saggio di Giovanni Fontana (La Voce in Movimento, libro e CD, 2003) sulle “scritture e strutture intermediali” nella pratica poetico-sonora del ‘900. Autore di romanzi e racconti inisti (fra i quali, Città. Introduzione a un nuovo concetto di romanzo, Roma, Nove Editrice, 1984, Da sommINIstrare prima d’INIziare, 1990, Verso il verso, ma in direzione opposta, 1994, Frammenti inediti per una meta-lettura inista…, 2011), Merante ha pubblicato anche un’opera teatrale (Il Colore del Segno, 1996), pubblicata in traduzione spagnola dalla rivista Art Teatral in un numero speciale dedicato al teatro italiano contemporaneo. È coautore del secondo manifesto INI, Apollinaria Signa (1987), del successivo La Videoinipoesia. Manifesto inista (1990) e del Manifeste de la critique iniste (2005).


 

4 aprile 2012

La salute costa cara

- SALUTE

La salute costa cara

 

 

In crescita la spesa privata per la sanita'

M. Campodonico
 
 

In Italia, la salute sta diventando sempre piu' cara. Secondo una recente ricerca del Censis, i tagli al Servizio Sanitario Nazionale stanno costringendo i cittadini a rivolgersi sempre piu' spesso alla sanita' privata. Negli ultimi anni, la spesa privata per la salute e' cresciuta in maniera considerevole, innescando una dinamica pericolosa per quanti - in un momento di difficolta' economica - faticano magari ad arrivare a fine mese.
 

 

Spesa privata in crescita

I dati raccolti e diffusi dal Censis parlano chiaro: tra il 2007 e il 2010, i cittadini italiani hanno speso di tasca propria per la salute l'8% in piu'. Complessivamente, nel 2010, la spesa privata degli italiani per la sanita' ha raggiunto i 30,6 miliardi di euro.

 

La ricerca svolta dal Censis certifica la fatica che il servizio sanitario nazionale fa per provare a tenere il passo delle necessita' del Paese. Secondo le previsioni dell'istituto di ricerca, nel 2015 il divario tra le risorse a disposizione della sanita' pubblica e i fondi che sarebbero necessari per garantirne un funzionamento efficiente ammontera' a 17 miliardi di euro.

 

Particolarmente esemplificativo del momento che sta attraversando la sanita' pubblica e' quanto avviene riguardo la spesa per i farmaci: tra il 2007 e il 2010, la spesa privata per i medicinali e' cresciuta del 10,7%, mentre quella pubblica e' stata tagliata del 3,5%, portando a un aumento considerevole del peso dei ticket sulle medicine sui bilanci famigliari (a fine anno si superera' abbondantemente il miliardo di euro). Preoccupanti le prospettive sull'immediato futuro, con ticket su diagnostica, specialistica e pronto soccorso che, sommandosi a quello sui farmaci, potrebbero portare le famiglie a spendere per la sanita' - annualmente - 4 miliardi di euro.


 

Le perplessita' dei consumatori

Le dinamiche che si sono innescate nel settore della sanita' destano qualche preoccupazione tra i consumatori. Federconsumatori, per esempio, sottolinea come il corollario alla riduzione dei servizi offerti dalla sanita' pubblica sia il ricorso dei cittadini al privato, con il diffondersi di una "sanita' low cost" che - sulla scia delle offerte economiche - rischia di mettere in secondo piano la qualita' e l'attendibilita' delle cure.

 

Se le associazioni dei consumatori mettono in guardia dai rischi del mercato della salute, gli italiani percepiscono come negativa l'evoluzione della sanita' italiana. La ricerca del Censis, infatti, ha appurato che il 29% degli italiani ha rilevato un peggioramento nelle cure ricevute dal Servizio sanitario nazionale (percentuale che, al Sud, cresce fino al 45%).


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4 aprile 2012

Martha Nussbaum, cari economisti prendetela con filosofia

intervista

Martha Nussbaum, cari economisti prendetela con filosofia

 

 

Liberarsi dalla dittatura del Pil per vivere felici Parla una protagonista della cultura liberal Usa

MASSIMILIANO PANARARI
 
 

I soldi e il Pil non danno la felicità. A sostenerlo, da un po’ di tempo, sono in diversi. E non stiamo parlando di qualche teorico anticapitalista o degli alfieri della decrescita, ma degli esponenti del filone, giustappunto, dell’«economia della felicità». E di figure come Martha Craven Nussbaum, la celebre filosofa statunitense che insegna Law and Ethics all’Università di Chicago, una delle protagoniste della cultura progressista e liberal internazionale, interprete originale - per usare una sua espressione, che rimanda agli esordi come antichista - di una «concezione aristotelica della socialdemocrazia».

Il suo ultimo libro è infatti dedicato al Creare capacità (il Mulino, pp. 216, € 15), con la finalità, come recita il sottotitolo, e ci racconta in questa intervista, di «liberarsi dalla dittatura del Pil».

Professoressa Nussbaum, come vanno cambiati i criteri di misura del Pil?
«Io non dico di smettere di misurarlo, ma il Pil pro capite non costituisce una rilevazione adeguata del grado di sviluppo. Per cominciare, trascura la distribuzione; e infatti può assegnare valori elevati a nazioni che, al loro interno, presentano diseguaglianze allarmanti. In secondo luogo, non è un buon misuratore di molti dei fattori differenti che fanno avanzare il processo di sviluppo. Sanità e educazione non sono ben correlate al Pil; e il successo della Cina ha mostrato al mondo che anche la libertà politica e religiosa ha ben poco a che fare con questo indicatore. Lo “Human Development approach” (altrimenti conosciuto come “Capabilities approach”) si basa, invece, su quello che i componenti di una popolazione sono veramente capaci di fare e di essere; e, dunque, su quali opportunità dispongono realmente in ambiti come la longevità, la salute, l’educazione, la facoltà per le donne di proteggere la propria integrità corporea, la possibilità per i lavoratori di godere di relazioni di pari opportunità e di non discriminazione e, naturalmente, le libertà politiche e religiose. L’idea è che ciascuno di questi fattori deve essere valutato separatamente, e che tutti si rivelano significativi per poter contare anche su un minimo di giustizia sociale. Il mio paradigma presenta una stretta relazione con la legge costituzionale: una buona costituzione attribuisce a tutti i cittadini diritti fondamentali in questi e altri settori, e il processo politico deve trovare le strade per dare attuazione a tali diritti».

Quali «buone pratiche» esistono e vanno nella direzione da lei indicata?
«La prima da ricordare è l’esistenza degli Human Development Reports del Development Programme delle Nazioni Unite (Undp), e cioè i rapporti, pubblicati a partire dal 1990, che raccolgono dati nei campi al centro del nuovo paradigma; ora imitati dagli Human Development Reports a livello di quasi ogni singola nazione. Negli ultimi dieci anni abbiamo anche assistito alla crescita e al rafforzamento della Human Development and Capability Association, un’associazione internazionale di cui Amartya Sen e io siamo i presidenti fondatori, e della quale fanno parte circa un migliaio di membri di 80 Paesi diversi. Voglio poi menzionare la Banca mondiale che per alcuni anni si è rivelata sempre più ricettiva nei confronti di queste nostre idee. Il presidente francese Sarkozy ha fatto stilare un eccellente rapporto sulla misurazione della qualità della vita, nominando a capo della commissione che l’ha elaborato lo stesso Sen, Joseph Stiglitz e Jean-Paul Fitoussi. Quest’anno ho poi incontrato il Parlamento tedesco che sta producendo un rapporto analogo, e si rivela fortemente interessato all’approccio fondato sulle “capacità” (ovvero le condizioni per poter sviluppare appieno le proprie abilità in un contesto che permetta effettivamente di utilizzarle).
«Ma le cose migliori stanno accadendo in India, dove il governo manifesta una grande attenzione al tema: il capo dei consiglieri economici del primo ministro Manmohan Singh è Kaushik Basu, che al momento della sua nomina era presidente della Human Development and Capability Association, mentre il capo dei consiglieri economici di Sonia Gandhi è Jean Dreze, coautore di Sen. E un’altra nostra collaboratrice, Indira Jaising, una formidabile avvocata impegnata per i diritti delle donne, è stata nominata Vice-Procuratore generale».

In che modo le istituzioni nazionali possono migliorare le capacità dei loro cittadini?
«Le “capacità interne”, che consistono in competenze sviluppate e non innate, sono prodotte dal sistema nazionale di educazione, come pure dall’interesse verso la salute e la sicurezza dell’infanzia. E molto importanti sono anche le leggi contro la violenza domestica. L’educazione dovrebbe sviluppare non soltanto competenze utili sotto il profilo economico, ma anche abilità come il pensiero critico, la capacità di immedesimarsi nella situazione degli altri, la comprensione dell’economia globale e della storia del mondo. E poi ci sono quelle che io chiamo “capacità combinate” e sono più che competenze: vale a dire opportunità reali che esistono esclusivamente quando il governo e il sistema legale di una nazione le rendono concretamente possibili e permettono effettivamente agli individui di scegliere come agire. Mi sto riferendo alle occasioni di impiego, alle leggi che tutelano i lavoratori di fronte alla discriminazione e allo sfruttamento, alle norme che salvaguardano la salute e la sicurezza delle donne, alla protezione delle libertà religiose e politiche, alle disposizioni che difendono la qualità ambientale. Nel caso di ciascuna di queste fondamentali capacità, naturalmente, non è sufficiente fare buone leggi, ma è necessario anche farle rispettare».

Serve anche il pensiero filosofico per cambiare il modello tradizionale di Pil?
«L’approccio della capacità è scaturito dalla collaborazione tra la filosofia e l’economia. L’economia era tradizionalmente una parte della filosofia: Adam Smith, John Maynard Keynes e altri grandi economisti del passato erano anche filosofi. Mentre oggi Sen rappresenta di fatto il solo economista eminente che è anche un filosofo di primo piano. Dobbiamo, quindi, fare nuovamente affidamento sulla cooperazione tra le due discipline. I filosofi sono necessari per riflettere sulle questioni della giustizia sociale e possono contribuire mediante argomentazioni normative complesse, mentre gli economisti possono fornire il know-how tecnico per arrivare a realizzare gli obiettivi. Proprio per questo abbiamo fondato la Human Development and Capability Association».
 


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19 marzo 2012

Chi controlla i signori del mondo?

 

Chi controlla le agenzie di rating?
Marcello Pamio – 28/11/2011
Nessuno le controlla, sono una manciata a livello mondiale, ma tre fanno il bello e cattivo tempo.
Declassano intere economie e debiti di paesi sovrani.
Le agenzie di rating, sono piene di conflitti d’interessi e corresponsabili di una crisi sistemica mondiale.[1]
Nonostante le dichiarate doti chiaroveggenti, sono state “incapaci” di vedere l’avvicinarsi della crisi americana dei sub-prime nel 2007, prodotti da loro dotati di tripla A, fino al giorno del loro crollo; non sono riuscite a prevedere la crisi del debito sovrano della zona euro, come sottolinea il Fondo Monteario Internazionale, e neppure il fallimento della Lehman Brothers nel 2008.[2]
Fino all’ultimo non si accorsero di nulla, come mai? Sviste? Incapacità professionale? O strategie mirate?
Per dare una risposta, è necessario osservare chi le controlla.
Verranno analizzate in proporzione alla quota di mercato del settore rating.
http://4.bp.blogspot.com/-h_e9pqLcU5U/TfstbMyce1I/AAAAAAAAAOo/EeyxC0yzxZ4/s1600/moodys+logo+1.jpgMoody’s Corporation
Fondata nel 1909 è presente in 26 paesi e ha circa 4500 impiegati.
Rappresenta il 40% della quota di mercato del settore rating
La sede principale si trova a New York, nella Sixt Avenue.
I proprietari di Moody’s sono:
 
-          Berckshire Hathaway Inc. (Warren E. Buffet): 12,80%
-          Capital World Investors: 12,60%
-          The Vanguard Group Inc. (5,02%)
-          Price (T. Rowe) Associates Inc. : 5,95%
-          BlackRock Fund Advisors (3,68%)
-          State Street Global Advisors (3,24%)
-          Decine di altri investitori
Arnold: The Rothschilds' Man in CaliforniaIl 24 settembre 2002 un elicottero è atterrato sul prato di Waddedson Manor nella proprietà nel Buckinghamshire, in Inghilterra.
Dall'elicottero sono scesi Warren Buffet (a sinistra), ufficialmente il secondo uomo più ricco del mondo, in realtà un giocatore di basso rango e Arnold Schwarzenegger, a quel tempo candidato Governatore della California.
Il patron di casa era nientepopodimenoche Nataniel Charles Jacob Rothschild (a destra), erede della dinastia europea di fantamiliardari e uno degli uomini più influenti e potenti del mondo.
Warren Buffet è infatti uno dei tanti agenti Rothschild.
 
 
http://a.mytrend.it/irs/-0001/11/352510/o.58327.jpgStandard & Poor’s
Fondata nel 1860 è presente in 23 paesi e impiega circa 10.000 persone.
Rappresenta il 39% della quota di mercato del settore rating.
La sua sede principale si trova a New York.
La proprietà è di McGraw-Hill Companies Inc., il colosso delle comunicazioni, dell’editoria e costruzioni, presente in quasi tutti i settori economici.
Il presidente di McGraw-Hill è Harold McGraw III, membro del Board of Directors della United Technologies (multinazionale statunitense dell’aviazione e armamenti) e membro del Committee on Directors Affairs della Conoco Phillips (colosso del petrolio ed energia).
Gli azionisti della McGraw-Hill sono[3]:
-          Capital World Investors (10,26%),
-          The Vanguard Group Inc. (4,58%),  
-          BlackRock Fund Advisors (4,47%),
-          State Street Global Advisors (4,25%),
-          Oppenheimer Funds Inc. (4,04%),
-          JANA Partners LLC (3,48%),
-          e decine di altri investitori.
Al primo posto tra gli azionisti di McGraw-Hill, figura il Capital World Investors: una delle più grandi società di gestione del risparmio U.S.A.[4].
Oggi Capital è il primo azionista di McGraw Hill (il gruppo che controlla Standard & Poor's) e nello stesso tempo è anche il primo socio della concorrente Moody's.[5]
Un altro affezionato alle agenzie di rating è il fondo americano: State Street Corp.
State Street infatti è il secondo azionista di McGraw Hill/Standard & Poor’s e il settimo di Moody's.
Gli azionisti di State Street Corporation sono:
-          Barlays Plc,
-          Citigroup Inc.,
-          General Electric Co.,
-          Invesco International Ltd.,
-          Northern Trust Corp.,
-          Putnam LLC,
-          Vanguard Group,
Lo stesso dicasi per l’altro fondo USA, BlackRock: è l'undicesimo socio di Moody's e il sesto della concorrente.
Gli azionisti attuali di BlackRock Financial Management Inc. sono: Merrill Lynch & Co. (49,8%) e P.N.C. Financial Services Group Inc.
La banca d’investimento Merrill Lynch nel settembre 2008, dopo la crisi finanziaria e un periodo di forti perdite è stata acquistata dalla Bank of America, i cui azionisti sono: Barclays Plc., FMR Corporation, State Street Corporation, Axa, Putnam LLC, Vanguard Group, Capital Research & Management Inc., e pochi altri.
Continuando a spulciare, si ritrovano sempre e solo gli stessi nomi, gli stessi azionisti che da una parte e dall’altra controllano i gruppi bancari o i fondi d’investimento che a loro volta controllano le agenzie di rating.
Non è strano quindi che a Lisbona la Procura ha aperto un'inchiesta dopo aver ricevuto una denuncia da alcuni professori che puntano il dito proprio sul fatto che i principali azionisti di Moody's e Standard & Poor's siano gli stessi grandi fondi americani.
In pratica i grandi fondi USA sono da un lato gli investitori che utilizzano i rating per decidere quali obbligazioni comprare, e dall'altro sono anche i "padroni" delle agenzie che stilano le pagelle.[6] Non male come conflitto d’interesse.
Ma tale conflitto è ancora più occulto e gravoso se pensiamo che oggi pochissime famiglie, come per esempio i Rothschild, sono in grado di controllare tutto quanto attraverso agenzie, società e agenti.
Banchieri/filantropi/agenti come Warren Buffet e George Soros, tanto per citare i più famosi, che servono la causa speculando a destra e a manca con i loro fondi miliardari.
La strategia è sempre la stessa: Problema-Reazione-Soluzione.
Accendono la miccia e scatenano le guerre nei vari paesi, per distruggere tutto quello che si può distruggere, per poi ricostruire, guadagnandoci sopra.
Declassano i debiti nazionali, per poi specularci sopra e alla fine comprare le aziende e società importanti con gli spiccioli.
Ecco quello che è successo in Italia.
Nel mese di agosto 1992, Standard & Poor’s declassa il debito italiano e casualmente a settembre, l’ebreo di origine ungheRere George Soros, specula sterlina contro lira.
Risultato? Svalutazione del 30% della lira, uscita dallo S.M.E. (mercato europeo).
In questa maniera i capitali anglo-statunitensi che sono arrivati nel nostro paese per comprare a prezzi stracciati, aziende e società importanti per l’intera Italia: Iri, Enel, Ina, Eni, Cirio, ecc.
Il declassamento del debito italiano da parte di Standard & Poor’s, è stata la testa di ariete che ha permesso la speculazione spietata e criminale.
Questo è il modo in cui vengono usate le Agenzie di Rating, tutte controllate dai soliti noti.
http://vibeghana.com/wp-content/uploads/2010/09/Fitch-ratings.jpgFitch Ratings
Fondata nel 1913 è presente in 51 paesi e occupa circa 2000 persone.
Rappresenta il 16% della quota di mercato del settore rating
Le sedi principali si trovano a New York e Londra.
E’ di proprietà di Fitch Group, i cui azionisti sono: la francese Fimalac (60%), Hearst Corporation (40%).

 


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19 marzo 2012

If

E' ormai evidente che l'abito fa il monaco.Se il vecchio mandruppone di Silviosatirodirisulta avesse detto e fatto la metà delle cose dette e fatte da Montimario e sue bruttissime veline le piazze sarebbero invase ,i poveri block costretti a tour de force e Repubblica con sfilze di domande che nemmeno Jerry Scotti.Ma i completini grisaglia calmano anche i più sfegatati rivoluzionari


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