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28 febbraio 2012

I governi ingannatori

IL TESTO RITROVATO


"I governi sono ingannatori"

Di Lev Tolstoj

Roberto Coaloa – pubblicato da “IlSole24Ore” 22 maggio 2011

 

Il secolo e la sua fine non significano nel linguaggio evangelico il termine e l’inizio di un periodo di cento anni, ma la fine di una concezione della vita, di una credenza, di un mezzo di comunione tra gli uomini, e il principio di una nuova visione del vivere, di una nuova religione, di un nuovo strumento di comunione tra gli individui.

È scritto nel Vangelo che nel momento di questi cambiamenti di un’epoca, ogni tipo di calamità deve prodursi: tradimenti, sofferenze crudeli, guerre; e che tutto l’amore deve necessariamente sparire a seguito di tale disordine. Queste parole, a mio parere, non devono essere prese come un annuncio profetico per un tempo dato, ma come l’indicazione di una legge costante: tutto il cambiamento di regime, di concezione della vita, è accompagnato inevitabilmente da violente perturbazioni, di brutali pene, di inganni, di ogni tipo d’illegalità; in conseguenza di questi sconvolgimenti si giunge alla scomparsa della fratellanza tra gli uomini, senza la quale tutta la vita collettiva è impossibile.
È ciò che accade oggi non solamente in Russia, ma in generale in tutto il mondo cristiano, sebbene in esso questo fenomeno, contrariamente alla Russia ove si manifesta con più chiarezza, si trova a uno stato latente.


Ritengo che proprio ora la vita dei popoli cristiani sia giunta in prossimità del confine che separa il vecchio secolo ormai al suo termine, dal nuovo che sta per cominciare. Penso che proprio ora stia cominciando quella grande rivoluzione che si è andata preparando per duemila anni in tutto il mondo cristiano, una rivoluzione consistente nella sostituzione del cristianesimo degenerato, di quel potere di pochi e la schiavitù di tutti gli altri, in un cristianesimo vero, alla base dell’eguaglianza di tutti gli uomini e di una libertà autentica, quella propria degli esseri ragionevoli.
 

Io scorgo i segni esteriori di tutto questo nella spietata lotta di classe, nella fredda crudeltà dei ricchi, nella collera e disperazione dei poveri, nella folle e sempre più accelerata corsa agli armamenti che accomuna tutti gli Stati, pronti tutti a gettarsi l’uno contro l’altro, nella diffusione della dottrina socialista, irrealizzabile per il suo spirito dispotico, sorprendente per il suo carattere pieno di utopie, nella vanità e stupidità dei vani ragionamenti a cui si dà il nome di scienza, e che sono assurti a principale ed unica attività dello spirito; nella viziosa depravazione e nell’assenza di ogni contenuto che caratterizzano l’arte attuale in tutte le sue manifestazioni, e soprattutto, nella mancanza di ogni religione in coloro che guidano ed influenzano le masse, anzi, nel consapevole rifiuto di essa. Per cui costoro, messa da parte la religione, sostengono la legittimità dell’oppressione dei forti sui deboli, e quindi eliminano qualsivoglia principio ragionevole che possa guidare la vita sociale.

 

Tali sono i sintomi generali della rivoluzione che si sta svolgendo, o piuttosto della tendenza alla rivoluzione che si ravvisa tra i popoli cristiani. I sintomi storici più immediati, in altre parole, le scosse che hanno fatto la rivoluzione, sono la guerra russo-giapponese e la rivolta politica e sociale che si manifesta attualmente in una maniera inaudita nella popolazione russa.
 

Si attribuisce la disfatta russa, dell’esercito e della marina, a delle azioni sfortunate, all’incuria del governo; si conferisce la forza del movimento rivoluzionario all’inconsistenza dello stesso governo e all’azione più energica dei rivoltosi. Quanto alle conseguenze, i politici, sia quelli russi sia quelli stranieri, credono che questi eventi porteranno all’indebolimento della Russia e anche a un cambiamento del suo regime politico.

 

A mio avviso, questi eventi hanno una conseguenza ancora più rilevante: la disfatta dell’esercito, della marina e del governo russo segnano l’inizio della disgregazione dello Stato, e il crollo di esso significa anche quello di tutta la civiltà pseudocristiana. È la fine di un mondo e l’inizio di un altro.

I fenomeni di dissoluzione, che hanno posto i popoli cristiani nella situazione dove essi si trovano attualmente, si sono manifestati già da molto tempo, dacché la religione cristiana è stata riconosciuta come religione di Stato.
[…]
 

In epoca più recente è sorto ancora un altro inganno che ha riconfermato i popoli cristiani nella loro condizione servile. Ed esso si manifesta mediante un complesso sistema d’elezione, dove degli uomini eletti da un dato popolo, divengono delegati entro le varie istituzioni rappresentative, entro le quali eleggeranno a loro volta o senza alcun criterio dei candidati sconosciuti, o i propri rappresentanti secondo personali interessi; il popolo stesso sarà allora una delle cause del potere del governo, e pertanto, obbedendo ad esso, crederà in effetti di obbedire a sé medesimo, supponendo di vivere quindi in un regime di libertà.
 

Chiunque avrebbe potuto accorgersi che tutto ciò non era altro che un imbroglio, sia in teoria sia in pratica, giacché anche nel più democratico dei sistemi e anche laddove vige il suffragio universale, il popolo non può comunque esprimere la propria volontà. E non può esprimerla, in primo luogo, perché una simile volontà collettiva di tutt’un popolo, di molti milioni di persone, non esiste e non può esistere; in secondo luogo, perché, anche se esistesse una tale volontà collettiva, una maggioranza di voti non potrebbe comunque esprimerla pienamente in alcun modo. Questo inganno, – anche a tacere del fatto che gli uomini eletti in tal modo, partecipando al governo del loro Paese, approvano leggi e governano il popolo non in vista di ciò che è bene per esso, ma lasciandosi guidare per lo più, unicamente, dall’intento di mantenere salda la propria posizione di privilegio e il proprio potere frammezzo alle lotte dei vari partiti, e per tacere altresì della depravazione che questo inganno diffonde tra il popolo mediante le menzogne, lo stordimento e le corruzioni che son caratteristica costante dei periodi elettorali – è particolarmente dannoso a cagione di quella schiavitù autocompiacentesi in cui esso riduce gli uomini che vi incorrono.

 

Gli uomini che s’imbattono in questa trappola si immaginano davvero d’obbedire a se stessi ogni volta che ascoltano il governo, e perciò non osano più disobbedire ai provvedimenti del potere degli uomini, anche quando tali provvedimenti sono contrari non soltanto ai loro gusti personali, al loro vantaggio, o ai loro desideri, ma altresì alla legge suprema e alla loro stessa coscienza.
 

E invece gli atti e i provvedimenti del governo di quei popoli che presumono di autogovernarsi non sono che il risultato delle complesse lotte tra i partiti, degli intrighi, della sete di potere e dell’interesse personale di questi e quegli individui, e dipendono tanto poco dalla volontà e dai desideri del popolo tutto, quanto gli stessi atti e i provvedimenti dei governi più dispotici. Quei popoli sono come uomini rinchiusi in carcere che s’immaginano di essere liberi perché viene concesso loro il diritto di votare per l’elezione dei carcerieri delegati all’amministrazione interna dello stesso carcere.

 

Cosicché gli uomini degli stati costituzionali, immaginandosi di essere liberi, proprio in seguito a tale loro sforzo di immaginazione, finiscono per non saper nemmeno più in cosa consista l’autentica libertà. Questi individui, mentre credono di liberare se stessi, si condannano in realtà a divenire sempre più profondamente schiavi dei loro governi.

[…]
 

Ora, coloro che si sono dati come fine la trasformazione del regime politico russo, seguendo il modello dei rivoluzionari europei, non hanno nessun nuovo ideale, nessun nuovo principio. Essi cercano semplicemente di sostituire alle antiche forme di violenza un’altra organizzazione, avendo per base la stessa violenza, che apporterà a loro i medesimi mali di cui essi soffrono oggi.
 

L’esempio dell’Europa e dell’America, dove regna lo stesso militarismo, lo stesso tipo di imposte e la stessa monopolizzazione del territorio, è sotto questo aspetto sufficientemente edificante.
Il fatto che la maggioranza dei rivoltosi ha come ideale il sistema socialista, che non può essere realizzato se non con la tirannia la più assoluta, mostra semplicemente che tra di essi è assente qualsiasi nuovo ideale; poiché se un giorno si realizzeranno i loro desiderata, gli uomini perderanno anche le ultime vestigia della libertà.

In realtà, l’ideale del nostro tempo non dovrebbe essere solo la semplice modificazione delle forme di violenza, ma la loro completa sparizione, che arriverà con l’insubordinazione al potere pubblico.
 

Gli operai per liberarsi da tutti i mali che soffrono devono cessare di obbedire alle autorità, ma non ricorrendo ai mezzi violenti. Ed è precisamente la rassegnazione davanti alla forza brutale, l’insubordinazione passiva al potere.

Un cristiano vero non saprebbe obbedire ai capi di turno; altrimenti, egli si renderebbe necessariamente complice dell’attività del governo che consiste, ed è assicurata, nell’esercitare la violenza: servizio militare, guerre, prigioni, esecuzioni, conquiste di terre. Ne consiste che il bene materiale altrettanto che quello spirituale possono arrivare da un solo mezzo: supportare ogni costrizione senza lottare, ma anche senza partecipare alla violenza, in altre parole non bisogna sommettersi al potere.

 

Oggi, se gli uomini delle città vogliono realmente aiutare la grande rivoluzione devono innanzitutto abbandonare i mezzi d’azione rivoluzionaria, così crudeli e così innaturali. Essi dovrebbero impegnarsi a vivere in campagna per condividere il lavoro del popolo, apprendendo la sua pazienza, la sua impassibilità, il suo disprezzo del potere e soprattutto il suo amore per il lavoro. Essi non dovrebbero incitare gli uomini alla violenza, ma al contrario impedire a loro di partecipare a qualsiasi atto brutale, di obbedire a ogni governo tirannico.


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23 febbraio 2012

Di regine di sante e di streghe

Di regine, di sante e di streghe

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due
Di regine, di sante e di streghe
Alzi la mano chi, all’udire “medioevo”, non immagina storie di un mondo triste e cupo, poco illuminato dai bagliori della ragione, sepolto nella bruttura della violenza, popolato da uomini vittime della loro stessa ignoranza, più inclini a guardare le cose dell’aldilà, che a vivere e interpretare il proprio tempo. Per molti, l’età di mezzo coincide con il tempo “in cui dio si è preso una vacanza” - per dirla con le parole di dio, alias Morgan Freeman, nel film Una settimana da dio – ma in fondo, il lungo periodo storico, che va dal 476 d.C. al 1492, è un’epoca caratterizzata da fasi socio-politiche e culturali assai diverse e nel corso della quale, ci si imbatte sorprendentemente nella nascita della scuola della logica, della “Scolastica”, delle Università. Ad appesantire i pregiudizi storiografici concorrono anche talune definizione: Georges Duby, uno dei maggiori studiosi del periodo medievale, usa il termine “medioevo maschio”, ad indicare quanto la supremazia maschile abbia segnato quei mille anni. Qualcuno vorrebbe provare a smentire Duby? Neanche per sogno…
Tuttavia non è vano né insignificante il tentativo della “storica di genere” Susanna Berti Franceschi di spostare l’occhio di bue sull’altra metà del cielo medievale, per rischiararlo un po’ e provare a conoscerne le costellazioni in rosa: esiste, infatti, un medioevo femmina. In altre parole, secondo la Berti Franceshi, in nessun altro momento prima di allora si ritrova “un pensiero femminile così forte ed una tale capacità delle donne di affermarsi e definirsi nella politica e nella cultura”. Considerando le donne che per ruolo sociale potevano - e possono in ogni tempo - avere accesso al potere, il medioevo è il periodo storico in cui il mondo femminile ha dato prova delle più abili capacità di gestione del potere, è il tempo in cui non poche donne hanno avuto la possibilità di autodeterminarsi e di incidere in modo significativo nella storia: chi l’avrebbe mai detto? Nell’agile volume edito dalla Elmi’s World, l’autrice traccia in modo sintetico e accattivante, le storie di oltre venti donne e senza addentrarsi mai troppo nelle biografie, indica quel tanto che basta ad incuriosire il lettore, al quale vengono forniti i punti di rèpere per una ricerca più approfondita. La struttura del libro prevede una suddivisione dei personaggi femminili presentati in tre categorie, dai confini assai sfumati in verità, ma di sicuro effetto nel rievocare l’atmosfera medievale: ci sono le regine, ovvero, donne nobili, che occupavano i più alti gradini della scala sociale, le sante, ossia, mistiche e dotte letterate e le streghe, coraggiose e intraprendenti, guaritrici, esperte nelle arti mediche, perseguitate dalla Santa Inquisizione e da un assurdo bigottismo religioso, che chissà quale minaccia intravedeva - e intravede ancora – nelle esponenti del genere femminile capaci di leggere, di scrivere e nientemeno che… di pensare in modo autonomo e “differente”. Tra le storie di donne del medioevo, si ritrovano personaggi a metà tra la realtà storica e la leggenda, come la regina Ginevra di Camelot, donne che hanno segnato il proprio tempo, come Matilde Von Tuszien, meglio conosciuta come Matilde di Canossa, contessa e poi regina, che dominò per lungo tempo sola e incontrastata, su un territorio vastissimo e a rischio di instabilità, data la sua posizione di cuscinetto tra i possedimenti dell’imperatore e lo stato pontificio. Tra le sante, viene riferita la storia di Margherita Porete, grande mistica speculativa, un’intellettuale, di più, una spina nel fianco per la Chiesa, un’eretica e, pertanto, degna del rogo, al pari delle “streghe”. Sorprende la storia di Ildegarda di Bingen, una vera opinion leader, la prima donna medico, antesignana della moderna fitoterapia, anticipatrice di molte posizioni della psicoanalisi, della psicosomatica e della più moderna medicina di genere. E infine, nel gruppo delle streghe, troviamo l’incredibile e triste storia di Bellezza Orsini, di Crezia Mariani, di Azzurrina, al secolo, Guendalina Malatesta: accusate di partecipare a orge col demonio, erano in verità, donne intelligenti e autodeterminate, affrancate dal potere maschile. Di certo, una buona ragione per arrostire a fuoco lento una strega!


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11 febbraio 2012

Montimario e la noia

Molte polemiche ha suscitato l'ultimaesternazione del nostro amato Montimario Il nostro con quella sua algida faces,degna del miglior film cult su androidi ed avatar ha proclamato che, non solo i giovani devono scordarsi il posto fisso,ma esserne contenti,poiche',ipse dixit,il posso fisso e'noioiso.Come non possono essere d'accordo travet dimenticati in laidi uffici e operai di alti forni?Come non condividere esultanti se apparteniamo alla smarrita categoria degli stradini o dei manivali di paiola?Incurante della crisi economica ormai devastante,l'intero popolo di italici lavoratori del braccio e del pensiero ha esultato.Dai tampi della buonanina di Carletto Marx non si era sentito discorso piu'rivoluzionario Lo stesso Bakunini avrebbe applaudito a tanta innovazione di pensiero e di progetto.Si cominciano a vo iferare leggende metropolitane di irriducibili black blo k di memoria terroristica che meditano una comversione per seguire e sostenere il nostro in ogni sua azione politica.In verita'qualche decennio or sono,anche il poeta Pavese aveva timidamente osato un'ipotesi nel suo testo :Lavorare stanca.Ma si sa,nessuno ascolta i poeti.Siamo quindi arrivati ad una svolta culturale di portata epocale :non solo lavorare stanca,ma fare per tutta la vita lo stesso lavoro e'nlioso e quindi meglio sarebbe,incuranti del saper fare,attitudini,botte di fortuna quali concorsi vinti alle poste e disumane, medioevali barriere di ordini professionali degni di caste indu',passare ridendo da un contratto a termine all'altro.Naturalmente la cosa piu'noioisa di tutti e' la pensione,tant'e' che Montimario pensa seriamente di eliminarle.Io personalmente fido in costui per un'operadi convincimento presso le banche,che non ne sanno ancora nulla e che,se non presenti 5firme di parenti con posto fisso piu'il tuo non ti fanno vedere nemmeno i moduli del mutuo.Ma credo che Montimarioritenga i mutui noiosissimi.Pare,ma,e'notizia da verificare che il nostro abbia deciso,finito il suo mandato(sempre che finisca e non si incoroni re) di fare un'esperienza come cavatore di mazza in una salina siciliana e ci sia gia'il suo curriculum in un'agenzia di collocamento di Marsala 3d


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11 febbraio 2012

Testimonianza dalle foibe

terrore a trieste - storia e storie

TESTIMONIANZA di Annamaria Muiesan

Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria. I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B.

Giornata del Ricordo – 10 febbraio 2006 – Politeama Rossetti - Trieste

Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria. I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B.

Ieri l’altro, 8 febbraio, al Quirinale, nel corso di una cerimonia vibrante e commovente, il Presidente della Repubblica ha conferito a noi familiari delle vittime una decorazione alla loro memoria . “La Repubblica Italiana ricorda Domenico Muiesan/1945” è inciso sulla mia medaglia, piccola nella forma, grande nel significato. La Patria comincia a prendere coscienza di una realtà che per oltre sessant’anni è stata dimenticata, stravolta o silenziata. Manca ancora uno sforzo condiviso per stabilire le responsabilità di quel dramma dovuto certo alla ferocia dei titini jugoslavi, ma nel quale i comunisti italiani locali hanno svolto una parte non marginale.

Oggi, in occasione della “Giornata del Ricordo” ci viene chiesta una testimonianza per non dimenticare. Vivessi cent’anni non potrei mai liberarmi da quei ricordi dolorosi.

Sto ancora male al ricordo della notte del sequestro di mio padre, delle accuse tremende che gli gridano in faccia i gappisti piranesi, fazzoletto rosso e mitra spianato.

Sto male al ricordo del breve ritorno con mia madre a Pirano nell’inutile tentativo d’incontrarlo , dei manifesti infamanti affissi per le strade, delle parole del parroco Don Malusà: “No signora xe mejo che no la lo veda”, a sottolineare, lui che i prigionieri li può visitare, Dio sa quali conseguenze per i maltrattamenti subiti.

Sto male al pensiero del fabbro che forza la porta del nostro appartamento, a Pirano; degli uomini armati che profanano quelle amate stanze, quelle amate vecchie cose razziate e caricate su un carro già in attesa in contrada.

Sto male al ricordo delle lunghe notti insonni di Trieste nell’alloggio di via Guido Reni devastato dalle bombe nelle brande fradice dell’ECA, della pioggia che gocciola nei barattoli sistemati qua e là.

Sto male al pensiero di mamma che incurante del pericolo , testardamente percorre con altre la sterminata Jugoslavia nella speranza, nascosta nell’erba alta o fra le stoppie, di riconoscere tra i tanti volti emaciati e barbuti dei prigionieri dei campi, quello del suo caro.

44 furono i cittadini di Pirano e dintorni fatti scomparire dalla faccia della terra. La maggior parte fra il maggio e il giugno ’45. e questo quando a Pirano comandavano non i titini, come ancora oggi si vorrebbe fare credere, ma i comunisti del posto che alla fine delle ostilità s’erano insediati al Comune e s’imponevano sul C.L.N. E comunisti italiani erano i gappisti che non aveva riconsegnato le armi per continuare la loro rivoluzione, mandati di notte di casa in casa a sequestrare i “nemici del popolo”. Comunisti italiani quelli che dileggiavano i prigionieri in piazza, quelli che sorvegliavano le carceri, quelli che sovrintendevano agli interrogatori, finchè finirono nelle mani dei titini che ne fecero scempio.

Di mio padre, dunque, quasi tutto si sa sul sequestro, sulla prigionia, sulle sevizie, sui dileggi diurni e sugli interrogatori notturni, e sono anche noti i nomi degli aguzzini. Ma a quasi sessantun anni da quei dolorosi eventi, sul come e dove egli abbia immolato la sua vita, nonostante le tante ipotesi e congetture sollevate, ancora nulla si sa di preciso. Ed è d’altra parte inutile che in tanti si affannino a correre a Lubiana a spulciare negli archivi aperti da poco: tutti sanno che negli archivi si trova quello che si vuol far trovare.

Mio padre dunque resterà per sempre senza sepolcro. E senza un fiore.

Esiste una sola, unica e incontrovertibile certezza: se nei nostri paesi non ci fossero stati quei piccoli comunisti italiani assetati di potere e animati di odio ideologico e di spirito di vendetta, e non avessero messo inatto una caccia spietata ai loro nemici storici, indifferente se buoni o cattivi, oggi noi tutti piangeremmo un numero assai meno elevato di scomparsi.

Ed è questo che nella Giornata del Ricordo si deve dire a chi ancora non sa.


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